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Il mondo va dove va l'America
Queste considerazioni sono premesse necessarie per intuire uno dei possibili itinerari dell'economia, non solo italiana, che qui tento di sintetizzare.
La rivoluzione industriale, con i suoi innegabili benefici, ha posto all'uomo il prezzo pesante della alienazione. "Da sé", sostenne il giovane Marx . "Da Dio", denunciano i teologhi. In effetti qualcosa cambiò in modo radicale, soprattutto nei rapporti sociali, politici e giuridici e questi cambiamenti avvennero all'interno di un processo che i sostenitori del capitalismo liberistico chiamano democrazia occidentale. Il giro di boa avvenne con l'ultima guerra mondiale, da cui sono usciti tre blocchi: a) i paesi vincitori anglosassoni, che hanno portato a compimento l'istituto della democrazia occidentale con economia incentrata sul mercato; b) i paesi sconfitti a regime dittatoriale Germania e Giappone, che dopo la sconfitta sono stati costretti ad innestare la democrazia anglosassone su un substrato fortemente nazionalistico; c) i paesi vincitori orientali, chiusi nel socialismo reale. Gli ultimi sono crollati con il loro sistema. I secondi hanno saputo volgere la sconfitta in vittoria economica, giovandosi del regime di ordine inculcato dalle precedenti dittature. I primi, pur vedendo in bilico il primato economico hanno americanizzato il mondo. Una colonizzazione di basso livello, di una esasperante banalità e volgarità. Una inciviltà fatta: di okey, che ha rimpiazzato: sì, oui, ja e persino yes; di coca-cola, hamburgher, canzonette e telefilm; di religiosità da setta ed esoterismi vari, come sughi di una way of life; il tutto incentrato in slogan del tipo more and more. Il sogno americano dei giuggioloni, che radono al suolo Hiroshima e Montecassino. Questa americanizzazione del mondo si è imposta con sistematicità, sempre più intensamente di generazione in generazione, in paesi come Germania e Giappone, pur abituati a ben altri valori, scomodità e rapporti sociali. Marco e yen hanno brillato a lungo, non tanto perché tedeschi e giapponesi, dall'operaio al capo di stato, lavoravano duro, ma perché i rapporti sociali sono sempre stati improntati a un tipo di solidarietà fortemente nazionalistica. La partecipazione dei sindacati alla gestione dell'economia, la banca universale, il consociativismo virtuoso per la Germania; la preghiera collettiva prima dell'inizio del turno di lavoro in fabbrica, l'impiego a vita e il rapporto di dipendenza tra produttori e fornitori e clienti in Giappone; sono esempi per la spiegazione vera dei successi delle relative monete. Al di là dell'Atlantico il mercato ha portato a un dinamismo esasperante: la finanza, che diventa dominante sulla produzione; il tempo reale in tutto; la frenesia dei dati, della comunicazione, della matematizzazione dei processi. La borsa eletta a tribunale, dove giudizi, condanne, assoluzioni si susseguono all'insegna di tutto in vetrina, perché tutto è consumabile e tutto ha un prezzo e nessun rapporto di lavoro è più stabile. Oggi qui, domani là. Dove pagano di più. Dove nessuno garantisce nulla e tutto cambia in poco tempo e la selezione della specie è l'unica regola. Dove la famiglia è andata in fumo. Gli americani si sono accorti che il more and more è caduto miseramente, ma, intanto, anche tedeschi e giapponesi, drogati dal sistema americano macdonaldizzato, stanno abbandonando il loro modulo, che è inesorabilmente perdente.
Non possiamo illuderci che l'economia si possa ancora interpretare con i manuali keynesiani e marxiani. Il liberismo americano ha vinto, anche se l'America alla fine ha perso. Non interessano i gusti di chi scrive, né di chi legge. Semplicemente è così.