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Il partito liberale
Il partito liberale, inteso come realtà storica politica europea (non parlo quindi del partito liberale italiano) è morto in tutta Europa. Perché? La risposta a questa domanda è la stessa o ha componenti comuni con quella che può essere costituita dall'altra: perché è in crisi la democrazia in Europa? Il liberalismo è vittima del suo stesso concetto di libertà, che non è autoprotettivo, o meglio non sa esserlo a livello politico, ma solo economico e allora perde le elezioni e rinasce dietro le quinte come lobby parlamentare.
Spunti di riflessione su dmocrazia, libertà e libero mercato
Articolo pubblicato sulla rivista “l’Autonomia”, 2009, n. 3-4 Editore “La Quadra s.n.c.” – Via Volturno, 46 – Brescia e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
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Definire significa etimologicamente togliere la finitezza e rendere dogmatico un concetto. Per questo in democrazia si dovrebbe fare parco uso del termine definizione, che è concetto chiuso, mentre tutto dev'essere aperto, fluido ed evolutivo. Ma anche il non definitivo non dev'essere assolutizzato, perché, se non si vuole rendere tutto instabile, bisogna pur avere un ancoraggio, che è il fine di difendere la democrazia da se stessa e impedire di scivolare verso un relativismo assoluto con il rischio di sfociare in anarchia. Il confine è labile e può esistere una zona cuscinetto, una terra di nessuno, che separa la democrazia dall'anarchia da una parte e dalla tirannia dall'altra. Nella storia della filosofia politica si trovano tante definizioni di democrazia, ma anche le più auliche e celebrate possono risultare oggi insoddisfacenti. Tutte lasciano qualcosa in sospeso, come ogni definizione, se non altro perché il tentativo di generalizzazione finisce per escludere troppe cose. Dire con Churchill che "la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate finora" (Camera dei Comuni, novembre 1947) significa non definire, perché è semplicemente un concetto residuale e storicizzabile. Nella storia di un popolo ci possono essere epoche in cui la democrazia non è il miglior regime politico. La democrazia dovrebbe essere vista come un punto di arrivo, una specie di maturazione storica dopo esperienze secolari di non-democrazia. Su questa evidenza non ci si deve nascondere dietro il significato etimologicamente permanente, ma in effetti cangiante, del termine, piuttosto è necessario guardare alla realtà. Dire che quella di Pericle è stata una democrazia può essere una nostalgia priva di fondata memoria, perché le etichette non servono; servono i contenuti! Né è vero, comunque non sempre, che il concetto di democrazia abbia come presupposto e come sbocco la libertà; concetto a sua volta metafisico ed equivoco. Se trascuriamo il pulpito da cui veniva la predica, ricordiamo che Mussolini ebbe a dichiarare il 15 luglio 1923 alla Camera dei Deputati "ci sono le libertภla libertà non è mai esistita", a cui ha fatto eco il suo antagonista Benedetto Croce nella Storia d'Europa nel secolo decimonono: "la libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale" e non è un caso che la nostra Costituzione non contenga una definizione di libertà, né una sua dichiarazione astratta, ma affermi e regoli libertà singole e ben individuate: la libertà di stampa, di associazione, di opinione, di intrapresa economica, ecc. La libertà serve solo come slogan da mettere su qui panni che chiamiamo bandiere o sulle insegne dei partiti o nei versi dei poeti, per trascinare gente che si pone poche domande e obiettivi incerti e indeterminati. A me la parola "libertà" fa paura, perché mi porta a chiedere "che cosa ci sta dietro"? Dov'è l'inganno? Invece, mi basta aggiungere un complemento di specificazione e tutto diventa chiaro e inequivocabile. È la "liberta di…" che conta. Prendo tre esempi:
Questa non è la sede per discettare su concetti più o meno filosofici, però, se quelle sopra espresse sono considerazioni fondamentali, bisogna subito aggiungere che non bastano. È più importante richiamare due altri concetti concreti: la "libertà da" e la "libertà per". La prima è la liberazione dell'uomo dalla schiavitù del pane che non c'è o è insufficiente. La biologia ci chiarisce che occorrono due mila calorie al giorno per fare una rivoluzione e che anche l'ammalato inchiodato nel letto consuma millecinquecento calorie al giorno. Rendere disponibili i mezzi di sussistenza primari è una prima necessità. La Bibbia, nell'Esodo, ci descrive la manna caduta nel cielo per gli ebrei erranti nel deserto; il Vangelo di Luca, 9,10 ci parla del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. La prima delle libertà ("da") è il non soccombere alla fame, al resto ci pensiamo dopo, come dice l'aforisma primum vivere deinde philosophari. Solo dopo si può realizzare la "libertà per", che è quella che consente all'uomo di dedicare tempo ed energie al proprio spirito, ai propri obiettivi individuali e, se si pensa al suo essere cives, alla "solidarietà". La storia umana passa attraverso questi due canali, sui quali si gioca anche la partita, spesso tutt'altro che "sportiva", della evoluzione dell'uomo e che può riservare una qualche ragione ai catastrofisti, che vedono nella continua crescita della popolazione mondiale il permanere di una invincibile "libertà da". Non è questione di togliere ai ricchi per darne ai poveri, perché di Robin Hood sono pieni i libri di fiabe e di storia e non hanno mai portato a nulla. Ben vengano i San Francesco a ricordarci il significato vero di "carità", però non dimentichiamo che le società attuali, ma anche la società mondiale connotata da una esasperata globalizzazione, si reggono sull'economia, che, purtroppo, è disciplina non solo "triste", ma anche pericolosa, come dimostra la crisi di questi mesi. L'etica dell'economia, tanto invocata a sproposito e per zittire cattive coscienze, è solo ingannevole. Occorrono leggi severe, soprattutto chiare e precise, contro i malfattori, che usano il sudore degli altri per arricchire se stessi. Si constata, però, che, nonostante tante manifestazioni di solidarietà che denotano l'esistenza di valori spirituali, l'egoismo dilagante porta in primo piano la libertà economica. Peraltro, non è prerogativa di quest'epoca. Allora, se è vero che gli aspetti economici diventano prevalenti e lo diventeranno sempre più in parallelo con la crescita della popolazione, la libertà economica, cioè la libertà di mercato, diventa, purtroppo, la prima delle libertà, perché orientata alla produzione di quella ricchezza che consente a più persone il conseguimento della "libertà da" e pone il collegamento del termine libertà con "liberazione". Il libero mercato diventa, allora, una macchina delicatissima per produrre ricchezza, ma anche per distribuirla secondo regole economiche (si sarebbe tentati di dire "eque", ma è termine metafisico). Libertà di mercato non è termine che conduce direttamente a "capitalismo", anche se la mancanza di capitale non ci porta molto lontano. Notiamo in questi giorni di restrizione del credito bancario alle piccole imprese quanto sia importante il flusso dei capitali, senza i quali riempiamo le piazze di disoccupati, terrorizzati di cadere in una insperata "libertà da". Al di là di tante belle parole, ricordiamoci che per donare bisogna prima avere e questo avere ce lo consente il libero mercato. Abbiamo le biblioteche piene di libri su Marx, ma pochi, dei pochissimi che ancora lo leggono, si chiedono se nel lungo periodo, il tempo del maestro di storia Fernand Braudel, il mondo sarebbe poi stato molto diverso in assenza di Marx. Sono dell'avviso che sarebbe cambiato ben poco, perché il cammino dell'uomo si sviluppa nel binomio produzione-distribuzione. Il marxismo allunga solo il tempo, il libero mercato lo accorcia, ma alla fine il conto torna senza bisogno di rivoluzionari. Giambattista Vico con la sua "critica della ragion storica" ce lo insegna da secoli. A questo punto si impone una definizione di libero mercato, che vedo nel diritto-dovere di azionare un flusso di beni e di servizi nel rispetto di norme. Ritorna il problema già posto, crocevia tra democrazia e libertà: chi le dà le norme? Il concetto di democrazia non serve: le norme le deve dare chi conosce virtù e vizi del mercato, che diventa libero se si controllano questi ultimi. La democrazia e i parlamenti non sono adatti a questo tipo di normativa, che si diluirebbe in un vuoto di discussioni alimentate dalle lobby. Ricordiamoci degli ateniesi che chiamarono Solone a dettare leggi giuste e appropriate. I due corni del problema sono lo "stato minimo" di Nozick e il non-mercato della pianificazione centralizzata. Il mercato lasciato a se stesso è la negazione della libertà, perché si instaura l'anarchia di mercato. Si vedano l'esempio di Madoff e le speculazioni finanziarie e bancarie, che hanno generato la crisi in atto e che presto ne creeranno altre, vista la esistente e crescente massa di prodotti derivati ad alta tossicità, che una finanza incontrollata ha iniettato nel sistema circolatorio dell'intera economia. Solo se ci sono regole possiamo parlare di market abuse e agire di conseguenza contro i colpevoli. Penso che, dopo l'ubriacatura di definizioni, giudizi, aforismi, sia urgente rivedere autocriticamente i concetti di democrazia, libertà e libero mercato, se vogliamo garantire uno svolgimento ordinato dell'azione umana e dirigerla verso la produzione di beni e servizi a vantaggio della collettività o, se vogliamo richiamare un termine abusato, a "beneficio del popolo", che non si alimenta dei gossip dei giornali, un tempo seri, ma di "pane quotidiano". In questo contesto ricordiamo anche che ogni sperpero di danaro pubblico determina riduzione di libertà dei cittadini e mette in dubbio l'adeguatezza del concetto di democrazia. Divagazioni sulla Legge 18 giugno 2009, n. 69
Non è vero che l’italiano è un popolo vecchio, è solo vaccinato. Più niente lo esalta, lo esaspera, lo appassiona. Della politica, poi, non parliamone, perché è terreno di caccia di arrivisti, falliti alla ricerca di una revanche solo economica. Se ne strafotte di tutto senza essere strafottente! Ha seppellito Dio, Patria e Famiglia nell’urna del Milite Ignoto e guarda ogni cosa con distacco non aristocratico, ma disincantato. Sta con lo Shakespeare del “tutto il mondo è teatro”, ma lascia i classici nelle tombe delle biblioteche e preferisce il “teatro dell’arte” dove si recita “a canovaccio”. Non ride… sorride di ogni cosa, soprattutto delle leggi. Così si salva! Come non sorridere (amaro) della recente Legge 18 giugno 2009, n. 69, che ha un titolo (è obbligatorio, d’accordo, ma non mettiamola giù …dura) che sembra il Bollettino della Vittoria del mitico Armando Diaz: “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”. Leggendolo (il titolo, non il testo, che ha dimensioni da Enciclopedia Treccani) il povero cittadino, se dopo l’ultimo flop del processo societario non fosse scettico, sarebbe portato a concludere: adesso ci siamo, è la volta buona. Ma, l’illusione, semmai avesse l’imprudenza di far capolino, durerebbe poco. Il nostro cittadino, assetato di giustizia, constatato che la Cassazione è straoberata di ricorsi e bisogna trovare il modo di sgravarla (perché non cominciare dall’ermellino che è una pelliccia pesante?), legge l’art. 47 delle “Disposizioni”, che inserisce un bis, dopo l’art. 360 del codice di procedura civile, che solennemente afferma: «Il ricorso è inammissibile: 1) quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa…». Il nostro poveraccio si rattrista cercando di mettere in ordine alcuni spontanei pensieri: 1°) non è che l’art. 101, comma 7, della Costituzione che afferma che il giudice è soggetto solo alla legge e non ad altro giudice, è stato indirettamente aggirato, inducendolo a considerare, in sede di emissione della sentenza, che è opportuno fare una operazione di “copia e incolla” (gergo informatico, please!) dell’opera della Cassazione e così siamo tutti felici e contenti? Chi te lo fa fare, o buon vecchio giudice di Berlino a cercare strade nuove, spesso più giuste anche se divergenti della prassi Suprema? Già nel diritto societario è stato soppresso il “giudizio di omologazione giudiziario”! Ora togliamo anche ogni stimolo innovativo. Per fare una sentenza basterà mettere in un computer: la norma di legge, i fatti e gli atti del giudizio, il collegamento con la giurisprudenza della Cassazione. Poi pigiamo un tasto e la sentenza ti esce come la ricevuta della biglietteria automatica del casello autostradale: stampata in modo sintetico; tanto a te utente interessano solo gli euri (non è un errore, euro è un errore quando è > di 1!) da pagare; 2°) per stabilire che un ricorso contro la sentenza di secondo grado è “inammissibile” è necessario un giudizio preliminare e chi lo compie? Ci pensa il nuovo art. 360-bis c.p.c., che prevede una sezione filtro composta da cinque giudici provenienti dalle diverse articolazioni della Cassazione civile. Ma questo giudizio preliminare non può non implicare un esame approfondito e specialistico, specie in materia tributaria irta di difficoltà. Proviamo a ragionare in termini statistici: se quel giudizio preventivo (che non può essere sommario, quindi è impegnativo) scarta il 50% dei ricorsi, perché ritenuti inammissibili, il secondo 50% deve essere poi devoluto alla sezione tributaria di competenza. Quindi la semplificazione ci restituisce sempre il 100%! Si dirà: ma i ricorsi che hanno superato il vaglio preventivo (una specie di ammissione alle facoltà universitarie a numero chiuso!) sono già praticamente decisi! E qui sta il punto. Qui viene in mente il processo a Gesù: poiché tu Nazareno sei stato ritenuto colpevole dai sommi sacerdoti, io Pilato ti condanno a morte, perché non ti sei conformato alle leggi farisaiche! 3) Inoltre, chi conosce tutte le sentenze della Corte di Cassazione? Si dirà: gli avvocati, che hanno accesso al le sentenze della Corte? Ma se il sito non è aggiornato? Se la massima si discosta dal contenuto? Se la sentenza o le sentenze sono risalenti negli anni e non più rispondenti alla società che si evolve? Ma, se anche sono recenti, e sono contrastanti? L’art. 360-bis non richiama le Sezioni Unite! Quindi, qualsiasi sentenza della Corte di Cassazione è giudizio di riferimento. Sembra impossibile, ma stiamo regredendo al sistema anglosassone della common law! Anzi, peggio. Il nostro buon cittadino, ormai sa che il buon giudice di Berlino non sta a Roma, e nemmeno a Berlino, ma nei sobborghi della città prussiana e, allora, è colto da un dubbio: abolire tutti i gradi di giudizio, perché la giustizia si fa sotto l’albero secondo il diritto longobardo, noto anche come ius asininum. Ci si è dimenticati persino dell’art. 111, comma 7, della Costituzione, secondo cui a nessuno può essere sottratto il diritto di adire la Corte di Cassazione. Ora e conclusivamente: noi sappiamo che leggi le fa il Parlamento. Sappiamo anche che in Parlamento siedono più numerosi di tutti gli avvocati e i giuristi. Siedono (quando siedono!), votano pigiando un tasto, spesso quello sbagliato. L’Italia ha le leggi e i processi che si merita. È ben vero che l’italiano è un popolo litigioso fino alla morte, ma, se si vuol alleggerire la pressione di questo vizio, sono altre le strade da battere. E il Ministro di Grazia e Giustizia? Di grazia, ministro, ogni tanto sposti i suoi occhioni dai suoi appunti sui lodi e consideri che le leggi fanno parte delle sue materie. I lodi in Italia fanno venire la tiroide angelina. |
La locomotiva USA e il resto del mondo
Filippo il Macedone pagava due servi che gli ricordassero ogni poco che il re era mortale. I romani, seri e pragmatici, tenevano le oche in Campidoglio, mai in sciopero, per evitare sorprese. Gli economisti non hanno tanta modestia, anche perché il re è poco saggio e si compiace delle lodi. Così quando si preparano le crisi i servi adulano il re e poi, quando diventano realtà, fanno piovere consigli apparentemente gratuiti per uscirne. È quel che accade di questi tempi soprattutto negli Stati Uniti, dove profeti del giorno dopo, ma silenti il giorno prima, impartiscono lezioni all’umanità. La stampa rosa europea riprende le sentenze delle sibille americane, ma non ha nemmeno la cura di preavvertire che, ammesso siano valide per agli americani, possono anche non valere per tutte o alcune delle economie del resto del mondo. Così il danno è doppio e vien voglia di commentare: se non sapete distinguere il prete dal sagrista non fate nemmeno i campanari. L’equivoco è assai più grave del silenzio. Questa premessa ci porta a ricordare che, nonostante colpe, errori bellici, ricatti impliciti e rendite monetarie di posizione, gli Stati Uniti restano la vera locomotiva dell’economia mondiale. I loro errori ricadono anche sul resto del mondo, ma le loro riprese, la velocità di marcia e i freni di arresto sono il motore che fa girare anche le altre economie. Che fine hanno fatto le esplosioni del Giappone e della Germania di alcuni anni fa? Come si spiega la corsa della Cina? Se il cavallo americano non beve e non tira, il resto si ferma. Le avversioni e i piagnistei, a parole, degli europei sono persino patetici. L’Europa è solo una unione monetaria tra paesi che continuano a firmare trattati senza fare un passo avanti verso l’unificazione politica. A Bruxelles imbarcano tutti, salvo poi temere di andare a fondo, quando Grecia, Spagna e Portogallo sono senza ossigeno. Possiamo immaginare che se negli States, Oregon e Montana fossero in crisi, il resto andrebbe in ginocchio? Non cancellerebbero certo due stelle della bandiera. Tra i tanti consigli che circolano in America, prendiamone tre e ipotizziamo il collegamento con la realtà italiana: - nuove regole contro la speculazione finanziaria. In America continuano a parlarne, ma non se ne fa e non se ne farà nulla. Che può fare la Ue e ancor meno l’Italia? Nulla, perché l’incubatoio delle crisi e la culla stanno a Wall Street e comunque con l’organizzazione internazionale delle telecomunicazioni, la speculazione può continuare e continua da qualsiasi angolo del globo. Le prediche di Draghi, come quelle di Einaudi, diventano “inutili”; - la lotta all’inflazione, che riprenderà quota proprio come effetto della ripresa impaurisce il resto del mondo, meno gli States per almeno due motivi: il dollaro continua a godere dei vantaggi del signoraggio: se resta debole va bene per l’export americano, almeno fino a una certa misura; se si riprende va bene per il flusso dei capitali dall’estero. Nel bene e nel male sono sempre loro che comandano: in economia, in politica, nella scelta delle guerre e dei propri nemici che, guarda caso, sono sempre legati al petrolio. L’Italia potrebbe forse fare qualcosa autonomamente? - il contenimento del debito pubblico. Gli States si preoccupano a parole, ma sanno che il resto del mondo dovrà sostenerli. L’Italia, invece, deve fare qualcosa, pena la fine di Grecia e altri stati europei. Il valore del debito pubblico italiano è oltre il limite controllabile. Delle due l’una: o si tagliano le spese o si aumentano le imposte. E a questo punto si spiega la resistenza a oltranza di Tremonti, a costo di tagliare la faccia al suo premier, che ha fatto promesse inattuali. Sul punto si scontrano due teorie: a) abbassare le imposte per dare fiato alla ripresa, però, come si è detto, la ripresa non dipende solo da noi, ma da ciò che avviene nel resto del mondo. I sostenitori pensano che aumenterebbe la domanda interna, quindi i consumi e per questo il Tremonti pensa che, semmai, si potrebbe abbassare l’imposta diretta e aumentare l’Iva, che grava proprio sui consumi; ma con una aliquota già al 20% il salto in alto dei prezzi ridurrebbe i consumi; b) tagliare le spese pubbliche; ma se non riusciamo nemmeno a sopprimere le province, che era una promessa elettorale delle ultime elezioni politiche! Il governo deve capire che il vero coraggio politico è nella compressione immediata del disavanzo di parte corrente del bilancio pubblico. Noi siamo solo vagoni, speriamo nella locomotiva. Forse, da noi ci vorrebbe un’altra politica, anzi altri politici, che non sono sulla scena del teatrino italiano... dell’arte. Invocazione a Tremonti: non parliamo di tasse
Sarà sempre vero che il DNA è una caratteristica biologica permanente di ogni individuo? Potrebbe, talvolta, cambiare nel tempo, nonostante le assolute e provate smentite dei biologi? Se poi sia evoluzione o involuzione, sarebbe questione da appurare caso per caso, cioè individuo per individuo. Prendiamo l’ipotesi come una metafora. Queste fratture biologiche si esprimono, talvolta, in ideologiche. Ma qualcosa del DNA originario resta sempre. Si immagini un soggetto che diventa ministro. Che gli accade? Di tutto! Ma qualcosa rimane. Per esempio: se è nato socialista, socialista muore. Prendiamo Mussolini come esempio: socialista lo fu fino agli anni Venti, ma anche fino in fondo, come prova il “Manifesto di Verona” del 1943. È difficile liberarsi del proprio passato! Come a dire: l’uomo è pieno di sé, cioè intriso in sé. Spostiamoci nel tempo e pensiamo a Tremonti. Nacque socialista e socialista rimane, perché odia il capitale e ama le tasse, forse più del Prina di risorgimentale memoria. Non sarà pieno di sé e certamente non è pieno di lui (Berlusconi), anzi lo odia con la forza proporzionale e occulta di cui si nutre Bossi, il suo santo protettore. Sicuramente non manca di autostima, al punto di non sopportare chiunque intenda dire qualcosa di diverso dal suo pensiero. L’odio non sempre represso verso Draghi, governatore di Bankitalia, è emblematico. Cattivo carattere? No! Il cattivo carattere, che poi è una virtù, è altro. In un certo senso è molto simile al suo predecessore antagonista Vincenzo Visco, quanto meno nel’atteggiamento ombroso, sospettoso, presuntuoso, iroso. Personalmente li confondo, soprattutto quando parlano dall’alto al basso, rotolando o rantolando la “r”. Di sicuro amano le tasse con pari trasporto, però si distinguono: il primo ne inventa di nuove e mostruose (IRAP), il secondo dice che sono schifezze, ma le mantiene ben strette (sempre IRAP). Entrambi si spacciano per economisti (scienza delle finanze), ma sono avvocati, esperti (si fa per dire) di diritto tributario, che è altra cosa. Però il Tremonti, dei due, sembra il più furbetto e ha messo sotto persino il Berlusconi, che si riteneva furbo, ma se si pensa alle sue vicende personali e ai voltafaccia sulla riduzione delle tasse, che sembra Penelope con la sua tela, non sembrerebbe poi tanto. Certo Tremonti qualche pesce in faccia ogni tanto se lo becca, ma è sempre meno duro di una statua del Duomo di Milano, che ha centrato il suo premier, di cui, però, non si ritiene second. Il Tremonti ha capito una cosa: se vuoi aumentare le tasse cambia l’intero sistema e ai contribuenti si potrà sempre far credere di aver diminuito ciò che, invece, è aumentato. Il Tremonti vuol riformare il sistema? Vuol consegnarsi alla storia come un riformatore? Ebbene: Ministro non lo faccia, La preghiamo in ginocchio come davanti alla Madonna, che Lei non è. Non faccia niente. Ci lasci tutte le tasse che abbiamo e che ci fanno sapere di che morte dobbiamo morire. Invece, di che morte ci farà morire Lei non sappiamo e questo ci impaura. Manteniamo le cose come sono. Le riforme lasciamole fare al Gattopardo, affinché, tutto cambiando, tutto resti come prima. Le consentiamo però una riforma, che è un ritorno all’antico: ripristiniamo il Ministero delle Finanze del tutto staccato dall’Economia. Almeno avremo un ministro a cui, finito il pasto indigesto, possiamo presentare l’addition, senza che ci tiri in ballo il debito pubblico, che, tanto, continua a crescere e il contenimento della spesa pubblica, che è incontinente. Si ricordi anche di trovare il tempo per leggere un qualche libro di Pascal Salin e di Charles Adams. Sono molto istruttivi sulla pressione fiscale. Se il Prina li avesse potuti leggere (ma era nato troppo presto) non avrebbe fatto la fine che i milanesi gli riservarono. Per il resto siamo con Lei…soprattutto quando chiede (ma è un ordine): non toccatemi le tasse. Noi siamo più estremisti: ci tocchiamo nel posto dove sta la scaramanzia e, se proprio dobbiamo parlare, “Parliamo dell’elefante”, come suggeriva il sagace Leo Longanesi. Amen. |