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Se a Leo Longanesi avessero proposto di parlare della volatilità delle borse, fenomeno non quotidiano alla sua epoca, avrebbe probabilmente risposto con il titolo di un suo famoso libro: “Parliamo dell’elefante”, la sola bestia di una certa importanza, di cui si possa parlare senza pericolo, così deviando il discorso su temi più seri. Ma, insistendo, avrebbe citato il suo famoso aforisma su Napoli: “città plebea, che si regge sul suo continuo moto. Se Napoli s’arresta, muore”. Se la volatilità s’arresta, la borsa muore e qui sta tutta la miseria di una commedia, in cui attori plebei sono gli unici a costruirci la loro ricchezza con pretesa di nobiltà. La volatilità è l’argomento degli operatori per giustificare le perdite inflitte. Però loro ci guadagnano o ci perdono assai meno. Perché? Se speculano per conto altrui, guadagnano comunque e sempre laute commissioni. Se operano in proprio, rischiano solo il differenziale, potendo operare “allo scoperto”, ma anche quando debbono finanziarsi lo fanno pagando tassi di interesse inferiori al risultato probabile del singolo atto speculativo, ma, soprattutto, potendo operare in continuità con continue coperture e contro coperture e questo è il “moto continuo”.
 

 

Leggo di d’Annunzio il motto “Dant vulnera formam” (Le ferite foggiano la forma).

Leggo di Kahlil Gibran in “Lettere d’amore del profeta”: “Il dolore può essere creativo ” del 23 giugno 1923.

Poeti agli antipodi, ma il senso è lo stesso. La poesia non ha età, né limiti di lingua o nazione. La poesia è l’uomo.

 

 

   Non è vero che nel 1957 con la legge Merlin furono eliminate le “case chiuse”. Furono solo sfrattate le gentili occupanti, costrette sui marciapiedi. Al loro posto si insediarono i politici, che nessuna legge Merlin riuscirà mai a estromettere. Hanno cambiato solo l’insegna e ora si chiamano “case aperte”, talmente aperte che non esistono maîtresse: ognuno per sé e Dio per tutti. Le maîtresse si sono trasferite dietro l’angolo del marciapiede e si chiamano “papponi” (pardon: usiamo l’eufemismo “protettori”!). E poi dicono che questo non è progresso!

 

 

Nella “Storia dell’eternità” Jorge Luis Borges, l’impareggiabile poeta e affabulatore della letteratura, rovesciando Plotino parla delle oscurità inerenti al tempo e tra esse l’impedimento a precisare la sua direzione, nonostante la credenza comune ritenga che il tempo fluisca dal passato verso il futuro. Ma, ci ricorda i versi di Miguel de Unamuno:

 

Notturno il fiume delle ore scorre

dalla sua fonte che è il domani

eterno…

 

Per Borges sono due credenze ugualmente verosimili e ugualmente inverificabili.

Franz Rosenzweigh, nella “Stella della redenzione”(Ediz. Marietti, 1985,pag. 49), trattando delle forme logiche, spiega: “…Esse sono l’immoto, l’ “eterno ieri”, l’”universale”, che perciò non è ancora, come l’iroso ribelle vorrebbe, ciò che è “del tutto ordinario”, ciò che egli peraltro caratterizzava correttamente chiamandolo “ciò che sempre fu e sempre ritorna e domani sarà valido perché è stato valido oggi””. Quella di Rosenzweigh è una frase piuttosto oscura, soprattutto se si ricorda che il filosofo tedesco pratica una filosofia della trascendenza e del futuro, ma, poiché non è filosofo dell’eterno ritorno, si può interpretare che intenda comunque una direzione del tempo dal passato al futuro: un fluire diacronico.

A ben riflettere non c’è differenza tra il “domani eterno” di Unamuno e l’ “eterno ieri” di  Rosenzweigh, perché il denominatore comune è l’eterno, in cui si confondono e si consumano il passato e il futuro.

 

 

Il furbastro evade; l’intelligente elude; lo stato estorce.

 

 

 
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